XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Le letture di questa Domenica disegnano un filo molto coerente: Dio prende l’iniziativa, trasforma un popolo fragile in una comunità di alleanza, e poi la invia nel mondo con uno stile preciso la misericordia.

Nel passo dell’Esodo, Israele arriva al Sinai dopo l’esperienza dell’uscita dall’Egitto. Non è ancora un popolo “maturo”, ma un insieme di persone liberate da poco, con ancora addosso la mentalità della schiavitù. Eppure Dio non parte da ciò che manca, ma da ciò che ha già fatto: “Vi ho portati su ali d’aquila”. L’identità viene prima della prestazione. Solo dopo arriva la chiamata: essere “regno di sacerdoti e nazione santa”, cioè un popolo che vive la relazione con Dio e la rende visibile nella storia.

La Lettera ai Romani va ancora più in profondità: Paolo non descrive un’umanità forte che cerca Dio, ma una umanità fragile, “quando eravamo ancora deboli”. L’amore di Dio non è una risposta al merito, ma una decisione che precede ogni merito. La croce di Cristo è il punto in cui questa logica diventa evidente: non siamo salvati perché siamo giusti, ma diventiamo giusti perché siamo amati. Il risultato non è solo perdono, ma riconciliazione: passare dall’essere “nemici” a vivere nella pace con Dio.

Nel Vangelo secondo Vangelo secondo Matteo, Gesù vede le folle e ne ha compassione: sono “stanche e sfinite come pecore senza pastore”. Qui c’è uno sguardo decisivo: Dio non osserva dall’alto con distanza, ma si lascia toccare dalla condizione concreta delle persone. E subito dopo non si limita a intervenire direttamente: coinvolge i discepoli. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Vangelo secondo Matteo 10,8). La misericordia ricevuta diventa missione.

Mettendo insieme i tre testi, emerge un movimento unico:

  • Dio libera (Esodo): l’identità nasce da un atto di liberazione. 
  • Dio salva (Romani): l’amore arriva quando siamo ancora incapaci di meritarlo. 
  • Dio invia (Matteo): ciò che è ricevuto non può restare chiuso, ma si trasmette. 

C’è anche una tensione interessante: Israele al Sinai e i discepoli di Gesù sono chiamati a una responsabilità grande (“regno di sacerdoti”, “andate e guarite”), ma questa responsabilità non nasce dalla pressione del dovere; nasce dalla memoria di essere stati salvati.

Una possibile sintesi spirituale potrebbe essere questa: non si diventa “popolo di Dio” per sforzo morale, ma per esperienza di un amore che precede; e proprio quell’amore rende possibile uno stile di vita che guarisce, non domina.

Buona Domenica a tutti!!!

Ravenna_Mausoleo_Galla_Placidia_Buon_Pastore-1024x660 (1)