XXVII Domenica del tempo odinario anno (A) 2026 «La vigna del Signore»

Le letture di questa XXVII domenica ci mettono davanti all’immagine della vigna. È un’immagine semplice, ma molto forte: una vigna richiede cura, pazienza, lavoro e soprattutto fiducia. Chi pianta una vigna non lo fa pensando soltanto al presente; attende un frutto che verrà nel tempo.

Nella prima lettura, il profeta Isaia racconta la storia di un uomo che ama profondamente la sua vigna. La prepara con attenzione: dissoda il terreno, toglie le pietre, pianta viti pregiate, costruisce una torre e prepara anche il torchio. Ha fatto tutto ciò che era necessario. Eppure, al momento della vendemmia, la vigna produce uva acerba.

Il profeta pone allora una domanda che attraversa tutta la Parola di Dio: che cosa avrebbe potuto fare ancora il Signore per la sua vigna? La vigna rappresenta Israele, ma possiamo riconoscere dentro questa immagine anche la nostra vita. Dio ci ha affidato qualcosa di prezioso: la nostra esistenza, le persone che ci sono accanto, la comunità, i talenti, il tempo, le occasioni di bene. E forse, qualche volta, anche noi produciamo «uva acerba»: ci chiudiamo in noi stessi, diventiamo indifferenti, custodiamo ciò che abbiamo senza trasformarlo in dono.

La domanda di Isaia allora diventa una domanda personale: che frutti sta producendo la mia vita?

Nel Vangelo Gesù riprende la stessa immagine e racconta la parabola dei vignaioli omicidi. Il padrone affida la vigna ai contadini e, quando arriva il tempo dei frutti, manda i suoi servi a raccoglierli. Ma i vignaioli rifiutano, maltrattano e uccidono i messaggeri. Alla fine il padrone manda il proprio figlio, pensando: «Avranno rispetto per mio figlio». Ma anche lui viene ucciso.

Gesù sta parlando del rapporto tra Dio e il suo popolo, ma nello stesso tempo ci conduce al cuore del mistero cristiano: Dio continua a cercare l’uomo, anche quando l’uomo rifiuta Dio.

Il padrone non smette di mandare messaggeri. Dio non si arrende davanti ai nostri rifiuti. E arriva fino a donare il Figlio.

Qui la parabola diventa particolarmente provocatoria. I vignaioli hanno dimenticato una cosa fondamentale: la vigna non appartiene a loro. È stata loro affidata.

Forse questo è uno dei grandi rischi della nostra vita: trasformare ciò che abbiamo ricevuto in qualcosa che consideriamo esclusivamente nostro.

La vita è un dono, non una proprietà assoluta. Le persone che amiamo sono un dono, non un possesso. I nostri talenti sono un dono, non un motivo per sentirci superiori. Anche la fede è un dono, che non possiamo trattenere per noi. Essere cristiani significa diventare custodi, non padroni. E allora la domanda decisiva non è soltanto: «Che cosa ho ricevuto?», ma: «Che cosa sto restituendo al Signore e agli altri attraverso quello che ho ricevuto?» Qui si inserisce meravigliosamente la seconda lettura. San Paolo, scrivendo ai Filippesi, dice: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste». È una parola sorprendentemente attuale. Di fronte alle nostre fragilità, ai problemi, alle preoccupazioni, possiamo vivere nell’ansia oppure imparare a consegnare tutto nelle mani di Dio.

Paolo non dice che nella vita non ci saranno problemi. Dice qualcosa di più profondo: non permettere che la preoccupazione abbia l’ultima parola. Pregare significa riconoscere che non siamo noi i padroni della vigna. Significa tornare a Dio e dirgli: «Signore, ciò che ho ricevuto viene da te. Aiutami a custodirlo, a farlo crescere e a portare frutto». Paolo aggiunge un’indicazione concreta: pensare a «tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato». La fede non consiste soltanto nel dire parole belle su Dio. Si manifesta nel modo concreto con cui viviamo, pensiamo, parliamo e trattiamo gli altri. Il frutto della vigna è la vita trasformata dall’amore.

Possiamo andare in chiesa, pregare, conoscere tante cose della fede; ma il Signore cerca soprattutto frutti: gesti di perdono, parole di consolazione, attenzione verso chi è solo, giustizia, pazienza, disponibilità, misericordia. Il Vangelo termina con una parola importante: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Non è una parola per spaventarci, ma per risvegliarci. Dio continua ad affidare la sua vigna all’umanità. E oggi quella vigna siamo noi, le nostre famiglie, le nostre comunità, la Chiesa, il mondo nel quale viviamo.

La domanda rimane aperta: quali frutti troverà il Signore quando verrà a cercarli? Forse questa domenica ci invita semplicemente a fermarci e a guardare la nostra vita con sincerità. Dove sto portando frutto? Dove invece sono diventato sterile? Dove sto custodendo gelosamente ciò che Dio mi ha affidato? A chi potrei donare un po’ del bene che ho ricevuto? E soprattutto: sto vivendo come padrone o come custode della vigna?

Il Signore non ci chiede una perfezione impossibile. Ci chiede di non dimenticare che tutto ciò che siamo è ricevuto e che ogni dono diventa veramente fecondo quando viene condiviso.

La vigna del Signore non è destinata a produrre frutti per il padrone egoista, ma frutti di vita per tutti. 

Chiediamo allora al Signore la grazia di una fede concreta: una fede che non rimanga soltanto sulle labbra, ma diventi pazienza, misericordia, servizio, perdono e amore.

E quando arriveranno le preoccupazioni, ricordiamo le parole di san Paolo: «Non angustiatevi per nulla». Portiamo tutto nella preghiera e continuiamo a seminare il bene. Perché alla fine, ciò che conta davanti a Dio non sarà quanto abbiamo posseduto, quanto siamo stati importanti o quanto siamo riusciti a trattenere. Conta il frutto. Conta l’amore che abbiamo saputo donare.

BUONA DOMENICA A TUTTI!!!