XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Le letture di questa domenica ci pongono davanti a una domanda molto concreta: che cosa significa veramente dire “sì” a Dio? Nel Vangelo, Gesù racconta la parabola di un padre che chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde: «Non ne ho voglia», ma poi si pente e va. Il secondo risponde: «Sì, signore», ma poi non ci va. Gesù non sta semplicemente mettendo a confronto un figlio educato con uno ribelle. Sta mettendo a confronto le parole e la vita. Perché si può dire “sì” con la bocca e dire “no” con le proprie scelte; così come si può attraversare un momento di rifiuto, di fatica o di lontananza e, successivamente, ritornare sui propri passi. È proprio questo il messaggio che emerge dalla prima lettura: Dio non considera l’uomo prigioniero del suo passato. Il profeta Ezechiele afferma che, se il malvagio si allontana dal male che ha commesso e pratica il diritto e la giustizia, «egli certamente vivrà».

È una parola di grande speranza. Per Dio non siamo definiti definitivamente dai nostri errori. La nostra storia può cambiare. Possiamo convertirci. Possiamo ricominciare. A volte, invece, siamo noi a pensare di conoscere già le persone: “Quello è fatto così”, “Quella non cambierà mai”, “Ha sbagliato troppo”. Ma il Vangelo ci invita a lasciare spazio alla possibilità della conversione. Dio vede non soltanto ciò che una persona è stata, ma anche ciò che può diventare quando apre il cuore alla sua grazia. Un “sì” che diventa vita. La parabola dei due figli ci provoca anche personalmente. Quante volte abbiamo detto al Signore: “Sì”, ma poi abbiamo rimandato? Sì alla preghiera, ma senza trovare il tempo per pregare. Sì al perdono, ma continuando a coltivare il rancore. Sì alla carità, ma passando oltre davanti al bisogno dell’altro. Sì alla comunità, ma senza volerci coinvolgere veramente. Il problema non è soltanto pronunciare belle parole. La fede diventa autentica quando entra nella vita. Ma c’è anche l’altra tentazione: quella di identificare la fede con una perfetta osservanza esteriore e dimenticare che il cuore può sempre convertirsi. Il primo figlio della parabola dice di no. La sua risposta iniziale non è certamente esemplare. Eppure qualcosa accade dentro di lui: si pente e va. Questa piccola frase contiene una grande verità spirituale: non conta soltanto come cominciamo; conta anche la direzione verso cui scegliamo di andare.

Forse qualcuno oggi si sente lontano da Dio, incapace di essere all’altezza, pieno di errori e di incoerenze. Il Vangelo gli dice: puoi ancora cambiare strada. E forse qualcun altro si sente già a posto perché compie molti gesti religiosi. A costui il Vangelo chiede: il tuo “sì” esteriore è diventato davvero amore, servizio, perdono, misericordia? «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» San Paolo ci offre la chiave più profonda per comprendere tutto questo. Nella Lettera ai Filippesi non si limita a dirci di comportarci meglio. Ci indica un modello: Cristo Gesù. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». E quali sono questi sentimenti? L’umiltà, il dono di sé, la disponibilità a servire. Cristo «svuotò se stesso», assumendo la condizione di servo. Non ha cercato il proprio interesse, il proprio prestigio, la propria affermazione. Ha scelto la via dell’amore che si dona. Ecco allora che il Vangelo dei due figli diventa ancora più profondo. Il vero “sì” a Dio non consiste semplicemente nel fare qualcosa perché ci viene ordinato. Significa entrare nello stile di Gesù, imparare a vivere non più mettendo sempre noi stessi al centro. Per questo Paolo scrive: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri».

È una parola particolarmente attuale. Viviamo in una società nella quale spesso ci viene insegnato a far valere noi stessi, a difendere la nostra immagine, ad avere ragione, a essere riconosciuti. Il Vangelo propone un’altra strada: non quella dell’affermazione di sé, ma quella del dono di sé. La vigna è il mondo nel quale Dio ci manda La vigna del Vangelo può essere letta anche come l’immagine della nostra vita concreta. Dio continua a dire a ciascuno: “Va’ oggi a lavorare nella mia vigna”. Non necessariamente chiede grandi imprese. La sua vigna è la famiglia, il lavoro, la scuola, la comunità cristiana, il quartiere, le relazioni quotidiane. Andare nella vigna significa forse avere il coraggio di chiedere perdono. Significa ascoltare una persona anziana che ha bisogno di compagnia. Significa educare con pazienza un figlio. Significa fare bene il proprio lavoro anche quando nessuno ci vede. Significa accorgersi di chi è solo. Significa smettere di giudicare e iniziare ad accompagnare. La vigna di Dio è il luogo concreto nel quale siamo chiamati a trasformare il nostro “sì” in gesti d’amore.

Una conversione sempre possibile. La liturgia di oggi ci lascia dunque una domanda semplice ma esigente: Il mio “sì” a Dio è soltanto sulle labbra oppure è diventato vita? E insieme ce ne consegna un’altra, ancora più consolante: Sono disposto a ricominciare? Il primo figlio ci ricorda che anche un “no” può diventare un “sì”. E la prima lettura ci assicura che Dio non chiude la porta a chi ritorna a Lui. Non siamo condannati a rimanere ciò che siamo stati ieri. Ogni giorno il Signore ci dice ancora: “Va’ nella mia vigna”. Possiamo avere mille esitazioni, possiamo essere stanchi, possiamo aver sbagliato. Ma possiamo anche rialzarci, convertirci e riprendere il cammino. E il modo più vero per farlo ce lo indica san Paolo: guardare a Cristo. Lui, che ha scelto l’umiltà invece della vanagloria, il servizio invece del dominio, il dono di sé invece dell’affermazione personale. Chiediamo allora al Signore non semplicemente di avere parole belle, ma un cuore capace di dire sì con la vita. Un sì che diventi servizio. Un sì che diventi perdono. Un sì che diventi attenzione agli altri. Un sì che diventi conversione. Perché, alla fine, la domanda decisiva non sarà quanto spesso abbiamo detto “Signore, Signore”, ma quanto il nostro cuore e la nostra vita hanno lasciato spazio a Cristo. 

Signore, quando ci chiami nella tua vigna, donaci il coraggio di rispondere con la vita. E quando ci accorgiamo di aver detto di no, donaci l’umiltà di tornare sui nostri passi. Fa’ che in noi prendano forma gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. 

BUONA DOMENICA A TUTTI!