XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) 2026 – “Coraggio, sono io. Non abbiate paura!”

Le letture di questa Domenica ci conducono dentro una delle esperienze più profonde della fede: cercare e riconoscere la presenza di Dio proprio quando la nostra vita attraversa il silenzio, la prova e la tempesta.

Nella prima lettura incontriamo il profeta Elia sul monte. È un uomo provato, stanco, che ha conosciuto la fatica della missione e il peso della solitudine. Si trova davanti a Dio e attende di incontrarlo. Passano un vento impetuoso, un terremoto e un fuoco, ma il Signore non si manifesta in nessuno di questi fenomeni. Dopo il fuoco arriva «il sussurro di una brezza leggera» e allora Elia riconosce la presenza di Dio. È un’immagine che parla profondamente anche alla nostra vita.

Spesso siamo abituati a cercare Dio nelle esperienze straordinarie, nei grandi segni, nelle risposte immediate. Vorremmo che il Signore si manifestasse con chiarezza, risolvendo rapidamente le nostre difficoltà e togliendo ogni incertezza dal nostro cammino. La Scrittura, invece, ci ricorda che Dio spesso si manifesta nel silenzio, nella discrezione, nella semplicità. Per poter ascoltare la voce di Dio, è necessario imparare a fare silenzio.

Viviamo in un mondo nel quale siamo continuamente circondati da parole, immagini, informazioni e rumori. Anche dentro di noi, spesso, c’è un grande movimento: preoccupazioni, domande, paure e pensieri che non ci lasciano in pace. In questo contesto, la voce di Dio può sembrare debole. Non perché Dio abbia smesso di parlare, ma perché abbiamo bisogno di fermarci e di imparare nuovamente ad ascoltare.

La pagina del Vangelo ci porta invece sul lago di Galilea. I discepoli sono sulla barca, mentre Gesù si trova altrove. Il vento è contrario e le onde agitano l’imbarcazione. È notte e la paura prende il sopravvento. È proprio in quella situazione che Gesù si avvicina ai suoi discepoli camminando sul mare. Essi hanno paura e pensano di trovarsi davanti a un fantasma. Ma Gesù pronuncia parole semplici e decisive:«Coraggio, sono io; non abbiate paura». Sono parole che attraversano i secoli e arrivano anche a noi. Gesù non promette ai discepoli che il vento non soffierà più. Non dice che da quel momento in poi la loro vita sarà priva di difficoltà. Dice semplicemente: «Sono io». È questa la certezza fondamentale della fede: Dio non ci promette una vita senza tempeste, ma ci promette la sua presenza dentro le tempeste della nostra vita.

Anche Pietro, nel racconto evangelico, ci aiuta a comprendere questa verità. Egli chiede a Gesù di poter andare verso di lui sulle acque. Ricevuto l’invito, scende dalla barca e comincia a camminare. Per un momento sembra capace di fare ciò che umanamente appare impossibile. Ma poi Pietro distoglie lo sguardo da Gesù. Guarda il vento, vede la forza delle onde e viene preso dalla paura. Ed è allora che comincia ad affondare. Quante volte anche noi viviamo la stessa esperienza! Quando il nostro sguardo rimane rivolto al Signore, troviamo la forza per affrontare ciò che ci sembra impossibile. Quando invece lasciamo che siano soltanto le difficoltà a occupare il nostro sguardo, la paura prende il sopravvento. Non sono necessariamente cambiate le circostanze. È cambiato il nostro sguardo. Pietro comincia ad affondare, ma non si chiude nella disperazione. Ha ancora la forza di rivolgersi a Gesù e di gridare: «Signore, salvami!» È una delle preghiere più semplici e, nello stesso tempo, più profonde che possiamo pronunciare.

Non sempre abbiamo bisogno di molte parole davanti a Dio. Ci sono momenti nei quali è sufficiente dire: «Signore, aiutami». «Signore, sostienimi». «Signore, non lasciarmi solo». «Signore, salvami». E il Vangelo ci dice che Gesù tende subito la mano.

Questa immagine è particolarmente consolante. Pietro non viene lasciato solo nella sua fragilità. La sua fede è incerta, la sua paura è reale, ma la mano di Cristo è più forte della sua debolezza.

Anche noi possiamo attraversare momenti nei quali ci sembra di affondare: una difficoltà familiare, una sofferenza, una delusione, una preoccupazione per il futuro, una crisi personale o spirituale. In quei momenti potremmo pensare che Dio sia lontano.

Il Vangelo ci invita a guardare la realtà con occhi diversi. Cristo può essere più vicino proprio quando noi ci sentiamo più lontani da lui. La seconda lettura ci presenta san Paolo, il quale manifesta una profonda sofferenza per il suo popolo. Le sue parole mostrano che la fede non rende il cuore indifferente al dolore degli altri. Al contrario, l’incontro con Dio rende il cuore più capace di amare, di partecipare alle sofferenze altrui e di portarle davanti al Signore. Anche questa è una domanda importante per la nostra vita cristiana: la nostra fede ci rende più attenti agli altri? Una fede autentica non può chiuderci in noi stessi. Se abbiamo incontrato Cristo, non possiamo rimanere indifferenti davanti a chi soffre. Il dolore di una persona, la solitudine di qualcuno, la difficoltà di una famiglia, la fragilità di chi incontriamo lungo il cammino diventano realtà che possiamo portare nella preghiera e, quando possibile, anche nel nostro servizio.

Le tre letture di questa domenica possono dunque essere raccolte in tre atteggiamenti fondamentali. Elia ci insegna ad ascoltare Dio nel silenzio. Paolo ci insegna ad avere un cuore capace di amare e di soffrire con gli altri. Pietro ci insegna a fidarci di Cristo anche quando il vento è contrario. Questa Parola di Dio ci invita, allora, a non misurare la presenza del Signore soltanto sulla base delle nostre emozioni o dell’assenza delle difficoltà. Dio non è presente soltanto quando tutto va bene. È presente anche nella notte. È presente quando la barca è scossa dalle onde. È presente quando non riusciamo a trovare una risposta. È presente quando la nostra fede diventa fragile. Ed è proprio allora che la sua parola continua a risuonare:«Coraggio, sono io; non abbiate paura». La fede non significa essere persone che non hanno paura. La fede significa imparare a non lasciare che la paura abbia l’ultima parola. Pietro ha paura, ma grida a Gesù. 

Elia è stanco, ma continua a cercare il Signore. Paolo soffre, ma non smette di amare. Anche noi possiamo avere paura, possiamo sentirci stanchi, possiamo attraversare momenti di dubbio e di sofferenza. Ciò che conta è non smettere di cercare il Signore e di rivolgerci a lui. Forse oggi Gesù ci chiede proprio questo: non avere paura della nostra fragilità, ma affidarla a lui. Quando sentiamo di affondare, non dobbiamo vergognarci di chiedere aiuto. Quando il vento è contrario, non dobbiamo pensare di essere soli. Quando Dio sembra tacere, dobbiamo imparare ad ascoltare anche il sussurro della sua presenza. Perché il Signore non è lontano dalla nostra vita. È sulla nostra strada. È nella nostra notte. È accanto alla nostra barca. E quando la paura ci fa affondare, la sua mano è già tesa verso di noi. Possiamo allora concludere questa meditazione con la stessa invocazione di Pietro:«Signore, salvami!». E possiamo ascoltare, nella profondità del cuore, la risposta di Cristo:«Coraggio, sono io; non avere paura».

Herring_03, Wed Aug 05, 2015, 4:24:38 PM, 8C, 3024x4848, (976+893), 87%, Repro 2.2 v2, 1/15 s, R90.2, G67.5, B71.8